Uno spasso

Sono contenta, tutto sommato, di non avere avuto la vita che mia madre sognava per me. Mi avrebbe voluta responsabile, adulta e seria, quando ancora avevo l’età dell’immaginazione. Si vedeva che non ero nata per la serietà. Ridevo sempre, anche quando non era necessario, e il più delle volte lo facevo con un tale trasporto che i miei, quando c’era gente, mi intimavano di ridere più piano. Tutto questo chiasso, dicevano, non sta bene. La verità è che anche loro avrebbero voluto ridere altrettanto, ma non c’era niente che li divertisse abbastanza. Loro avevano già stretto quel patto con il decoro che io non intendo stipulare, né ora né mai. Inoltre ho sempre diffidato delle persone che sorridono di rado. Motivi per ridere ce ne sono dappertutto, eppure c’è chi non trova la vita abbastanza divertente, e ride col contagocce. Quelli che prendono tutto sul serio (a cominciare da loro stessi) poi, sono i peggiori, anche se di positivo hanno che è tanto buffo il loro affannarsi ad apparire seri, che si può ridere di loro. Sono uno spasso e non sanno rendersene conto. E non dico mica che non si debba essere mai tristi. Io stessa, spesse volte, lo sono. Anche per giorni a volte. Per mesi. Una volta lo sono stata al punto da perdere il sonno e il senso. Ma fu proprio quell’esperienza ad insegnarmi che alla malinconia a un certo punto si deve rinunciare, non al riso; al pianto, anche se spesso non fa rumore e tra la gente è senza dubbio più educato. Ma mamma avrebbe voluto che la vita non fosse tanto benevola con me da farmi così allegra e incline alla gioia. Avrebbe voluto che per me i giochi durassero poco, e che mi interessassi dei problemi quando ancora per me i problemi erano di matematica e da risolvere – o che i problemi si interessassero a me. Perché «se fossi stata messa alla prova, se ti fossi interessata alla famiglia e a quello che abbiamo dovuto attraversare, adesso avresti i piedi per terra, saresti più responsabile e sapresti fare il tuo interesse, anziché quello degli altri, come ho fatto io. Invece te ne stavi in mezzo alle bambole a giocare, a fare finta di essere madre e cucinare carote di plastica, a correre per i campi con tuo cugino». Non so quale madre augurerebbe al figlio un’infanzia a metà, un’infanzia breve e con giochi moderati. Se mai volesse rimproverarmi o rimproverarsi qualcosa, forse avrebbe dovuto mettermi in guardia dai ragazzi, consigliarmi di godermi un buon libro anziché a tredici anni iniziare a mettermi il lucidalabbra.

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