Randagia

La ferita si allarga a macchia d’olio, si estende e rompe gli argini. Dalla superficiale e appena percettibile crepa che era, è diventato un taglio netto e perde sangue. Cammino, mi trascino, urto i passanti per le vie di una Modena gelida e assonnata, e nel silenzio fitto del mio guanto la mia mano continua a sanguinare. Cerco di arrivare indenne fino alla stazione, e il guanto verde petrolio si imporpora strada facendo. Nessun’altro se ne accorge; è un dolore che non fa rumore.

È pungente e freddo l’odore del sangue. Lascia una scia che lo segue, e lo precede. Un cane strattona il proprio padrone e corre ad annusarmi la mano. Sento il suo muso fresco e bagnato indagarmi il palmo; mi rivolge un ultimo sguardo e torna a portare a spasso chi stringe con forza il suo guinzaglio. Mi commuovono sempre le attenzioni dei cani, il loro saper ascoltare l’istinto, il loro non essere capaci di dissimulare un’intenzione. La loro volontà è netta e sa ciò che vuole. Io mi sono persa. Mi lascio andare.

 

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