Cerco un rifugio

Ora più che mai cerco un rifugio. Ho bisogno di rifugiarmi lontano dal complicato di seguire le procedure per iscriversi agli esami e dagli esami stessi, da studenti ai quali non somiglio perché meno diligente e meno attenta, dalle ore di treno che mi ricongiungono ad una città che non ho vissuto. Una città che non mi ha accolta, riversandomi addosso litri di pioggia quasi ad implorarmi ogni volta di tornare da dove ero venuta. Mi rifugio anche lontano dal mercato coperto, insieme al parco l’unico posto a cui io sia riuscita ad affezionarmi. Ci ho trovato cioccolatini a pochi centesimi, simpatiche vecchiette piene di borse da riempire, alla ricerca di un ortaggio che fosse più di stagione degli altri, cani legati ai pali spossati dal via vai del commercio, vigili urbani che regolavano il traffico all’incrocio tra il pescivendolo e la rosticceria. Oh, quanta acquolina ho lasciato davanti al banco della rosticceria, senza aver mai accontentato quella voglia sfrenata di nuotare nella teglia delle lasagne. Mi ripetevo che un giorno, magari per premiarmi dell’esito positivo di un esame, avrei lasciato a quella signora tutti i miei risparmi pur di assaggiare uno ad uno quei capolavori dell’arte culinaria. Ma, inutile dirlo, non l’ho mai fatto. Non ho sostenuto un numero sufficiente di esami, forse, o non ho avuto il coraggio di dare fondo ai miei risparmi solo per soddisfare una fame passeggera che ha sempre saputo accontentarsi di molto meno. Un cracker, una mela. E il cioccolatino comprato al mercato coperto con i centesimi che mi restavano in tasca. È un’altra fame, quella per la quale in quella piazza e in quella città, non sono mai riuscita a trovare il cibo giusto. Una fame gigante che restava puntualmente insoddisfatta, giorno dopo giorno, lezione dopo lezione. Ore di viaggi avanti e indietro, di peregrinazioni tra gente sconosciuta e diffidente, di me sconfitta e triste ad aspettare un treno che non arrivava mai. Solo ora riesco a dirlo, solo ora riesco a dare una forma e un accento a questo sentirmi così fuori posto. Se c’era, per me, una strada giusta da percorrere, in buona fede credo di aver preso la deviazione sbagliata, e adesso l’idea di andare avanti mi fa tremare le gambe. 

Mi rifugio nella cassa armonica di una chitarra, dove so sempre di trovarti. L’eco è immortale e perpetua, come lo sono le onde emesse dalla radiazione cosmica di fondo, che dal Big Bang ad oggi continuano a propagarsi nell’Universo. Dev’essere una musica dolce, se somiglia anche solo un po’ a quella che mi hai insegnato tu. Cullata da questo pensiero, mi adagio sul legno leccandomi le dita. Sanguina ancora un po’, la ferita, ma so che basteranno pochi giorni per rimarginarla, e presto ci farò il callo. A suonare la tua assenza, e il mio desiderio di imparare a cantarla.

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