Una questione privata

Tiriamo le somme di questa giornata. Mi sono svegliata aprendo come sempre un occhio solo. L’altro, ancora chiuso, lavorerà domani. Ho fatto colazione scartando illegalmente un cartone di latte parzialmente scremato, perché quello intero, oltre ad essere indigeribile, sa di animalesco ed ha un vago retrogusto di pelo di bovino. (spero non leggiate questo post facendo colazione) Bevendo il caffè latte e triturando cereali che cerco disperatamente di finire da mesi, ho fatto zapping, annoiata dai dibattiti (troppi, di prima mattina) e infastidita da Federica Panicucci, alias la versione ante meridiem di Barbara D’Urso, che cercava di indurmi a pietà e di convincermi a non cambiare canale perché dopo la pubblicità avrebbe rivelato in anteprima i risvolti delle indagini sull’omicidio di cui si sta attualmente parlando. Dal momento in cui nemmeno Radio Italia TV sembrava volermi accordare qualcosa di un po’ meno kitsch, ho spento la televisione e senza voltarmi indietro ho imboccato il corridoio e varcato la soglia dello studio. La scrivania era come l’avevo lasciata: piena fino all’orlo di libri aperti e chiusi, di bottigliette d’acqua vuote e di salme a cui non ho avuto ancora il tempo di dare degna sepoltura. Salme di pennarelli senza tappo, di tazzine sporche, di idee. C’era l’agenda aperta a ieri con su scritto: “Niente Modena oggi, mi adopererò per studiare qui. Nonostante il chiasso, nonostante il sole, nonostante la chiave per evadere da questa prigione, chiusa nella mia tasca sinistra.” E c’era un libro che aspettava di essere letto, e questo è precisamente ciò che ho fatto: l’ho preso e gli ho dato ascolto. Gli ho dedicato le ore migliori della giornata, ore in cui era come se in realtà non ci fossi, perché vivevo una storia d’amore non mia (forse), scivolavo rovinosamente nel fango delle colline di Alba, inseguivo una verità di cui tuttora non so nulla e infine crollavo inerme davanti a un muro d’alberi, vittima di una guerra a cui non ho preso parte. Milton è la sola ragione per cui questa giornata non è andata del tutto sprecata. Dopo di lui (e certamente anche prima, a giudicare dai fatti della colazione n.d.r.), “questioni private” di altra natura, faccende di second’ordine. Riempirsi lo stomaco dando fondo all’ultima colomba pasquale, cercare il sole implorandolo di far evaporare i cattivi pensieri, riaversi e tornare a Milton, alla sua corsa disperata e folle e a Riccio, che non ha potuto finire la sua torta. Di fronte alla loro battente esigenza di verità, la mia di dare un senso a questa giornata evapora rivelandomi la sua inconsistenza, e lasciandomi le mani sporche di un fango che non posso e non voglio più togliere. Vado a letto al lume di una candela; spengo il giorno con le dita.

«Ancora una cosa, – disse Riccio. – In prigione ho una torta che mi ha mandato mia madre. L’ho appena assaggiata, l’ho appena scrostata. La lascerei a Bellini, ma Bellini mi viene dietro. Datela al primo partigiano che entrerà nella vostra maledetta prigione. Guai se la mangia uno di voi!»

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