Viaggio scomodo, ovvero senza fiori sui sedili

Sul treno regionale Prato-Bologna Centrale, ore 17.58

Una bambina coniuga i verbi: imperfetto, congiuntivo e passato prossimo del verbo stendere. L’ascoltiamo attente la madre ed io.

Una ragazza guarda fuori dal finestrino; mi chiedo se stia aspettando una vista che la ridesti, ma svogliata com’è dubito addirittura che si accorgerebbe di veder passare una parata di elefanti.

Un’altra ragazza, perfetto esemplare della specie, indaga lo schermo del suo smartphone come se ne stesse cercando le interiora, nella ferma convinzione che solo quelle interiora possano rivelarle l’esito della battaglia.

Una signora sulla settantina tiene al guinzaglio la sua valigina verde, per impedirle di scodinzolare qua e là per il treno infastidendo gli altri passeggeri.

Un signore distinto guarda nella mia direzione: forse me, forse il sedile su cui sono seduta o forse il suo sguardo mi oltrepassa e io gli sono solo d’intralcio. Ora si è appisolato, si è accucciato contro se stesso e mi ha ricordato che anch’io sono stanca da morire.

Sono troppo stanca persino per accorgermi di quel che fanno le montagne. Ad una prima occhiata, pare non si siano mosse di un centimetro da quando le ho incrociate l’altro giorno andando nella direzione opposta, quando il treno mi era complice e meno nemico. Ora lo detesto

servo del tempo

termite del vento

Treno del Ritorno.

Il tramonto non ti rende mai

meno spietato.

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