Non è Francesca

La prof ha chiamato Francesca più e più volte, ma dalla classe semivuota nessuno ha risposto.

Alcune ragazze finivano il pranzo cercando di non dare troppo nell’occhio, altre commentavano la lezione precedente, e solo le più diligenti (giusto un paio) avevano predisposto sul banco la traduzione da correggere e una penna nera. Io, al solito, cercavo senza successo di autoconvincermi che era giusto essere lì (perché dai professori c’è sempre da imparare qualcosa), e che dopotutto quell’ora e mezza sarebbe trascorsa come le altre, senza troppi turbamenti e a grande velocità.

Nel frattempo di Francesca neppure l’ombra.

Quando finalmente ho alzato gli occhi, che fino ad un attimo prima cercavo di annidare tra le crepe del muro (tutto si è svolto nell’arco di pochi secondi), mi sono accorta che la prof stava chiamando me. Con una pacatezza tutta francese mi stava guardando in attesa di una risposta. C’è mancato poco che non sia saltata sulla cattedra in preda all’ira. Per l’ennesima volta il mio volto ha assunto le sembianze di quella che tutti conoscono come Francesca, e non sono io. Per la centocinquantesima volta si stupiscono del fatto che io non mi volti, quando viene fatto quel nome. Spazientita, ma con garbo, l’ho corretta e le ho svelato la mia vera identità, pregandola che non la rivelasse a nessuno, perché a Modena preferisco restare anonima e che tutti credano che io sia solo quella che vedono e, il più delle volte, ignorano. Le ho detto il mio nome che per l’appunto non è, non è mai stato e non sarà “Francesca”. Non ha nemmeno azzeccato uno di quelli che all’anagrafe sono scritti accanto al mio, Debora e Daniela. La loro utilità mi è tuttora ignota, ma tant’è, i miei non hanno saputo rinunciare ai nomi che hanno scartato quand’è stata ora di chiamarmi.

Come se una F potesse valere l’altra, sono diventata Francesca un numero indefinito di volte. All’inizio non ci facevo caso, perché io sono la prima a dare nomi fantasiosi a persone di cui tendo a non ricordare nulla, ma con l’andare del tempo ho iniziato a farmi delle domande. C’è forse qualcosa, in me, che mi rende dissimile dal mio nome? Non lo porto nel modo giusto o sembra che non ne vada abbastanza fiera? R e C mi hanno sempre dato un po’ di acidità di stomaco, ma tutto sommato sto facendo pace anche con loro; oramai il mio nome ed io viviamo in perfetta simbiosi, come l’anemone e il pesce pagliaccio. Eppure c’è chi fa ancora confusione; mi gettano una rapida occhiata e prendono Fischi per Fiaschi, pensando sia un errore da poco. Non dubito della loro buona fede, e non li condannerei certo all’ergastolo per questo, ma sul mio viso compare ogni volta un’impercettibile smorfia di dolore, se non altro perché è sempre mio l’ingrato compito di dire loro che Francesca non c’è; a dirla tutta non so nemmeno se e quando arriverà. Certo è che un giorno, presa per sfinimento, si lascerà intravedere da quanti la stanno cercando, me compresa, e quel giorno finalmente capirò che a ragione e non a torto spesso ci confondevano. Mi basterà vederla anche solo di sfuggita per riconoscere in lei non solo il comune taglio degli occhi paglierini e la forma delle labbra, ma anche la mia stessa ostinazione, l’andatura dei passi, l’irresistibile tentazione di andare oltre l’apparenza.

Mi guardo allo specchio. Per gioco collego le lettere dei nostri nomi alle mie estremità, per vedere chi delle due l’avrà vinta.

In entrambi i casi, il conto non torna.

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2 pensieri su “Non è Francesca

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