Il pane quotidiano

“Scrivi, racconta, ogni giorno sprecato è un delitto.” (David Grossman, Che tu sia per me il coltello)

Oggi non riesco proprio a far sottostare le parole al mio volere. Più mi ostino a chiamarle a raccolta, più loro si sparpagliano per la stanza in segno di rivolta. “Povera stolta”, mi dico io. Al loro posto farei la stessa cosa. Preferirei stare alla rinfusa che essere presa per il bavero e incastrata tra un articolo e una preposizione, o tra un perché e un punto di domanda. Preferirei non dover servire uno scopo, non dover essere una giustificazione o una risposta, o una di quelle parole che si usano per dire qualcosa di estremamente banale. Starei molto meglio per i fatti miei. Potrei essere un cioè che prende il sole sul terrazzo, un siccome assonnato che si stiracchia nel letto, o una magnolia sbadata del tutto ignara della propria incombente fioritura. Sì, preferirei di gran lunga la vita di una parola libera. Mi ribellerei agli scrittori accalappiacani, ai giornalisti morbosi che per scrivere attaccano ai muri carta moschicida, e a quelli che compilano i necrologi e addormentano le parole per meglio servirsene. Non mi farei prendere, sarei veloce come una scheggia. E al povero poeta chino da due ore sullo stesso foglio, l’unico che potrebbe fermarmi attirandomi con un po’ di miele, o con la promessa di mettermi al dito un anello di stelle, darei un bacio fuggente sulla fronte e direi di alzare lo sguardo.

Anche stavolta mi ha mancata per un pelo.

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