Sulla poesia, senza esagerare

Il mio problema è che certa poesia non so leggerla. Se sia mio il problema o della poesia in questione, non saprei dirlo. Per non peccare di superbia, dirò che è colpa mia. Un difetto d’attenzione, quell’ago della bussola che a un certo punto si perde e il nord non sa più da quale parte sia. Questo è il mio problema con certa poesia. Il primo verso mi suggerisce una direzione, imbocco la strada, vado avanti, e prima di arrivare alla meta mi accorgo di non sapere già più dove sono. Forse per un abuso di parole seminate qua e là come false piste, forse per il susseguirsi di predicati che indicano un’azione ma non chi la compie, forse perché sono scema io e affetta da labirintite cronica. Dove vuole portarmi il poeta, dove vuole andare a parare? Spero che almeno lui lo sappia, da dove è partito e dove voleva arrivare, ma mi viene da dubitarne. Difficile riconoscerne lo scheletro, l’ossatura: lo stampo. Di queste poesie mi rimane l’impressione di aver attraversato un labirinto ed essere arrivata all’uscita fin troppo sana e salva, incolume come quando era partita. Poi mi volto e il labirinto effimero è già bell’e scomparso. Devo forse accontentarmi di quello che passa il convento – e negli ultimi tempi mi pare sia sempre la stessa minestra? O piuttosto continuare a cercare la poesia che piana, scarna ed essenziale, si sa fin da principio dove vuole portarti ma non come ti ci farà arrivare; quella misurata, precisa che non intende mentire perché non lo sa fare; quella che non è mero esercizio di stile. Poi che male c’è, se certi poeti si limitassero agli esercizi di stile non ci sarebbe neanche da rimproverarli: il problema è che ci sono persone come me a cui questo non può bastare. Persone che amano farsi del male o del bene e che alla poesia chiedono proprio questo: di farsi ferire, di farsi guarire. Di entrare in un labirinto che è un po’ anche il loro, senza la piana certezza che alla fine ci sia un’uscita.

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Ecco Lucca; calda, crudele, serrata, e verde

Ecco Lucca; calda, crudele, serrata, e verde.
Mi sento qui nella carne di ogni persona che incontro.
Esamino i connotati come se chi passa portasse via, nei suoi panni, il mio corpo.
È la mia terra, è il mio sangue. Ne ho un tormento e un desiderio come chi si scostasse da un incesto; – ma non può dominare la fatalità dei suoi sensi!
Queste giornate, in questi luoghi, mi fanno soffrire, e mi coprono di voluttà, e mi tengono limitato come in una bara.
Riprenderò la via del mondo. Andrò dove sono forestiero. Dove non è peccato, sacrilegio, essere curiosi di sé nelle cose che godi.
Qui finirei col riprendere la zappa, col rimescolarmi ai contadini, col dimenticare le acredini e i miracoli delle lettere, col lodare al sole, l’alto grano d’oro, mentre si falcia, e le cosce delle donne sorprese a fecondarsi di te in una gran perdizione di sguardi e di morsi bestiali; e non sai più se è una pesca o labbra quella forma che hai divorato, se non fosse l’odor forte della donna; e poi il sole che ti dà un abbandono, un abbandono così esteso, che accogli il sonno come una pace vera di morte.

 

Giuseppe Ungaretti

Uno spasso

Sono contenta, tutto sommato, di non avere avuto la vita che mia madre sognava per me. Mi avrebbe voluta responsabile, adulta e seria, quando ancora avevo l’età dell’immaginazione. Si vedeva che non ero nata per la serietà. Ridevo sempre, anche quando non era necessario, e il più delle volte lo facevo con un tale trasporto che i miei, quando c’era gente, mi intimavano di ridere più piano. Tutto questo chiasso, dicevano, non sta bene. La verità è che anche loro avrebbero voluto ridere altrettanto, ma non c’era niente che li divertisse abbastanza. Loro avevano già stretto quel patto con il decoro che io non intendo stipulare, né ora né mai. Inoltre ho sempre diffidato delle persone che sorridono di rado. Motivi per ridere ce ne sono dappertutto, eppure c’è chi non trova la vita abbastanza divertente, e ride col contagocce. Quelli che prendono tutto sul serio (a cominciare da loro stessi) poi, sono i peggiori, anche se di positivo hanno che è tanto buffo il loro affannarsi ad apparire seri, che si può ridere di loro. Sono uno spasso e non sanno rendersene conto. E non dico mica che non si debba essere mai tristi. Io stessa, spesse volte, lo sono. Anche per giorni a volte. Per mesi. Una volta lo sono stata al punto da perdere il sonno e il senso. Ma fu proprio quell’esperienza ad insegnarmi che alla malinconia a un certo punto si deve rinunciare, non al riso; al pianto, anche se spesso non fa rumore e tra la gente è senza dubbio più educato. Ma mamma avrebbe voluto che la vita non fosse tanto benevola con me da farmi così allegra e incline alla gioia. Avrebbe voluto che per me i giochi durassero poco, e che mi interessassi dei problemi quando ancora per me i problemi erano di matematica e da risolvere – o che i problemi si interessassero a me. Perché «se fossi stata messa alla prova, se ti fossi interessata alla famiglia e a quello che abbiamo dovuto attraversare, adesso avresti i piedi per terra, saresti più responsabile e sapresti fare il tuo interesse, anziché quello degli altri, come ho fatto io. Invece te ne stavi in mezzo alle bambole a giocare, a fare finta di essere madre e cucinare carote di plastica, a correre per i campi con tuo cugino». Non so quale madre augurerebbe al figlio un’infanzia a metà, un’infanzia breve e con giochi moderati. Se mai volesse rimproverarmi o rimproverarsi qualcosa, forse avrebbe dovuto mettermi in guardia dai ragazzi, consigliarmi di godermi un buon libro anziché a tredici anni iniziare a mettermi il lucidalabbra.